lunedì 19 febbraio 2018

Funghi al forno

I funghi sono uno degli alimenti più gettonati in quaresima, assieme alle patate, perché si abbinano a quasi qualsiasi cosa, dalla pasta alle creme, fungono da contorno a piatti più sostanziosi, e insieme alle patate spesso sono un'ottimo piatto unico. Vediamo oggi come usare i funghi per un piatto semplice e gustoso secondo la ricetta di retete.ro



Ingredienti

13 funghi grandi
prezzemolo e aneto q.b.
sale
1/2 cucchiaino di paprika 
1/2 cucchiaino di pepe
1/2 cucchiaino di olio piccante. Se non sai dove comprarlo, prendi del peperoncino e lascialo per un po' di tempo nell'olio: lo renderai piccante a sufficienza. 

Preparazione

Lavare i funghi e pulirli, asportando anche i gambi. Mettere dieci funghi a testa in su, in modo da avere il buco verso il basso, su una teglia con carta da forno e lasciar cuocere a 220° per dieci minuti in forno pre-riscaldato. Passato il tempo, svuotate la teglia dal succo lasciato dai funghi e girateli al contrario. Dopodiché, prendete i tre funghi rimasti, frullateli o sminuzzateli assieme ai condimenti, magari con un cucchiaino d'olio (soprattutto nel frullatore). Con questa crema riempite i funghi cotti in forno, avendo cura di non sbordare. Dopo aver messo di nuovo la teglia nel forno, cospargete poco i funghi con l'olio piccante, giusto qualche goccia. Cuocete ancora per 15-20 minuti i funghi, sempre a 220°. Servite i funghi ancora caldi. 

Zuppa di cavolfiore

Il sito retete.ro ci propone una deliziosa zuppa per la Quaresima, a base di cavolfiore.  


Ecco la zuppa quando è pronta, fotografia del sito citato.

Ingredienti

1 Cavolfiore intero
2 carote di medie dimensioni
1 cipolla grande
3 spicchi d'aglio
una patata di medie dimensioni
6 cucchiai d'olio 
diversi fili d'aneto
sale e pepe q.b. 

Preparazione

Prendete il cavolfiore e le carote, puliteli e affettateli a grossi pezzi, ponendoli in una teglia: aggiungere sale, pepe e 4 cucchiai d'olio, in modo da coprire le verdure, mettere la teglia nel forno e cuocere il tutto per 20 minuti a 20°, mescolando le verdure di tanto in tanto.

Nel frattempo soffriggiamo in una grande padella la cipolla, tagliata a grossi pezzi: quando è morbida, si aggiunge gli spicchi d'aglio schiacciati. Dopo circa un minuto aggiungere la patata, già lavata, pelata e tagliata a grossi cubi, insieme a 4 tazze d'acqua. Fate bollire tutto per circa 15 minuti. 

Fatto ciò, aggiungere tutto il contenuto della teglia nella padella, continuando la cottura per quindici minuti. 

Se volete ottenere una purea, prendete tutti gli ingredienti tranne le patate, assieme ad un po' d'acqua di cottura, e passateli nel frullatore. 

Alla fine della cottura, aggiungete l'aneto tritato e spegnete il fuoco. Fate riposare un minuto la minestra, e servitela calda accompagnata da crostini di pane. Nei giorni di festa, si raccomanda di aggiungere anche la panna acida. 

Curry di cocco e verdure

Dal padre Ambrogio di Torino



Prima della Grande Quaresima, gli ortodossi hanno due settimane libere dal digiuno: la settimana dopo la Domenica del Fariseo e del Pubblicano, in cui non si fa alcun digiuno (in ricordo della parabola, per non digiunare come il fariseo), e la settimana dei Latticini, in cui si è terminato di mangiare la carne, ma non si fa alcun altro tipo di digiuno (e anzi si incoraggia a dare fondo alle riserve di latticini, uova e pesce di cui ci si priverà per tutta la Quaresima).

Tra queste due settimane ne passa una di tempo ordinario, con i suoi normali giorni di digiuno al mercoledì e al venerdì. Quest’anno mi sono trovato ad affrontare uno di questi due giorni di digiuno con appena mezzo chilo di carote nel frigo, e un po’ di cipolle e aglio in dispensa. Come fare a utilizzare questi pochi ingredienti freschi per tirarne fuori un piatto dal sapore fantastico, e al tempo stesso offrire uno spunto per la Quaresima che è alle porte?

Ho pensato a una ricetta dall’India del sud, presentata da Michael Greenfield in questo video del canale Brothers Green Eats. Si tratta di un modo estremamente versatile di utilizzare le verdure che avete a disposizione (può andare bene letteralmente con qualsiasi genere di verdure e ortaggi che si può saltare in padella o stufare, da solo o in combinazione). Il cocco forma un buon legante delle verdure, e le spezie aggiungono note di sapore che formano una vera e propria sinfonia: pochi accorgimenti per fare della cucina di digiuno un appuntamento a lungo atteso!

Ingredienti

2 cucchiai di olio di cocco (si possono usare altri tipi di olio vegetale, oppure fuori dai periodi di digiuno il burro chiarificato, ma l’olio di cocco lega in modo particolare con il latte di cocco che si aggiunge in seguito)

Verdure a vostra scelta (tagliate a pezzetti)

Semi di coriandolo

Semi di fieno greco

Corteccia di cannella a pezzetti

Semi di senape

Peperoncino secco

1 cipolla tritata

2 spicchi d’aglio e altrettanto rizoma di zenzero, tritati o frullati in una pasta

1 lattina di latte di cocco

1 rizoma di curcuma grattugiato

Funghi freschi o reidratati, a fettine

Pasta di tamarindo

Preparazione

Iniziate facendo scaldare una padella larga abbastanza da contenere tutti gli ingredienti. Fate sciogliere due cucchiaiate di olio di cocco (che a temperatura ambiente è solido), e gettate i semi, ciascuno più o meno nelle proporzioni di un grosso pizzico (raccoglietene con tutte le dita), facendoli saltare nell’olio di cocco: prima i semi di coriandolo, poi quelli di fieno greco, quindi la corteccia di cannella sbriciolata a pezzetti, poi i semi di senape e infine il peperoncino secco sbriciolato (dosatene le quantità a seconda del livello di piccante: per chi è molto sensibile, meglio diminuire un poco la dose).

Girate i semi con un cucchiaio di legno, o meglio ancora con una spatola. Quando i semi di senape iniziano a saltare, è il segno che potete aggiungere la cipolla. Lasciatela appassire a fuoco medio, poi aggiungete il mix di aglio e zenzero tritato o frullato, e lasciate ancora saltare per circa un minuto. È il momento di aggiungere le vostre verdure: giratele per bene in padella, saltandole insieme agli elementi aromatici, e salate a piacere. Aggiungete quindi la lattina di latte di cocco, portate a bollitura e lasciate sobbollire a padella coperta per circa 5 minuti. Quindi, aggiungete il rizoma di curcuma grattugiato (per non macchiarvi le dita, potete grattugiarlo indossando un guanto), e mescolate bene.

Aggiungete una manciata di funghi a fettine (non avendo funghi freschi, io ho optato per funghi shiitake reidratati e tagliati fini) e una cucchiaiata abbondante di pasta di tamarindo (ideale per i piatti indiani, anche se potrebbe andar bene il succo di un limone o di un lime). In questo modo, avrete aggiunto elementi di sapidità e di acidità alla gamma del sapore.

Cuocete ancora alcuni minuti, a piacere. Se arrivate a strafare un poco con la cottura (finché le verdure si disfano) non è un male.

Il significato di “curry”

Mentre vi gustate questa specialità, possiamo fare una digressione sul termine “curry”, che oggi vediamo applicare, nel significato settecentesco attribuito dagli inglesi, alle miscele di spezie in polvere. Ebbene, la parola viene dal termine tamil kaṟi, che significa “salsa”, e ancora oggi, impiegato da solo, indica proprio piatti cucinati in salsa, come questo (le miscele di spezie, invece, si dicono propriamente masala). Se pronunciate il nome come “kárri” (invece di “kérri” o altre variazioni) vi avvicinate di più al termine originale.

மகிழ்ந்து உண்ணுங்கள்! Magizhnthu unnungal! Buon appetito!

domenica 7 gennaio 2018

La shuba - ovvero le aringhe in pelliccia

Il padre Ambrogio di Torino ci regala una delle ricette più gustose della cucina russa, accompanate da una introduzione storica e da consigli pratici per ottenere un'ottima shuba.




Una delle ricette russe più amate, popolare soprattutto nelle vacanze invernali, è un antipasto a strati dal nome completo di Сельдь под шубой, o in forma vezzeggiativa Селедка под шубой, letteralmente “aringa sotto un cappotto di pelliccia”. Il termine russo shuba (шубa) indica un cappotto o manicotto di pelliccia, ed è l’immagine visiva che viene dagli strati di verdure (soprattutto lo strato superiore di barbabietole) che ricoprono l’aringa.

Alcuni ipotizzano che la shuba abbia le sue origini nella cucina degli ebrei russi, e questo ha le sue buone ragioni: infatti, come piatto freddo è ideale per i pasti del sabato in cui non si accendono fuochi, e in quanto combinazione di verdure, uova e pesce, le regole della kasherut ebraica non le impongono limitazioni nell’accompagnare piatti a base di carne oppure di latticini. 

Tuttavia, notizie storiche più circostanziate la fanno risalire ad Anastas Bogomilov, un mercante che all’inizio del XX secolo possedeva diversi ristoranti a Mosca e a Tver’. Poiché i suoi clienti, nel clima rivoluzionario di quegli anni, si ubriacavano sempre più spesso e con violenza, devastandogli i locali, Bogomilov ebbe da uno dei suoi cuochi, Aristarkh Prokoptsev, l’idea di un antipasto che riducesse l’impatto degli alcolici trasmettendo al tempo stesso un messaggio di unificazione sociale: le aringhe (cibo tipico degli operai) si compattavano tra strati di verdure (che rappresentavano i contadini), rafforzandosi a vicenda. Il termine “shuba” fu presentato come acronimo di “шовинизму и упадку – бойкот и анафема” (“shovinismu i upadku – bojkot i anafema”), ovvero “boicottaggio e anatema allo sciovinismo e al declino”. Forse per l’originalità di questo messaggio, o forse per la capacità degli ingredienti di contenere gli effetti meno graditi della vodka, le risse nei locali di Bogomilov diminuirono notevolmente.

Con il passare degli anni, e con l’avvio della produzione di maionese a livello industriale, la shuba è diventata una ricetta universalmente nota della cucina sovietica, ed è rimasta popolare nello spazio post-sovietico attuale. Un tempo molto usata nei cenoni di Capodanno, oggi con il recupero dei digiuni ortodossi il tempo delle sue preparazioni slitta oltre il Capodanno civile, nei giorni santi dopo il Natale ortodosso. Per chi vuole, è sempre possibile preparare una variante “veganizzata”, usando maionese senza uovo, e alghe al posto delle aringhe: si tratta però di una variante poco usata, in quanto la shuba è generalmente vista come un piatto di festa.

Per rispettare i dettami della cucina russa, che richiede attente preparazioni degli ingredienti (spesso in forma separata gli uni dagli altri), è importante disporre degli ingredienti adatti, e di tempo sufficiente per una preparazione un po’ lunga.

Ingredienti

700 g di aringhe marinate
500 g di patate
350 g di cipolle
500 g di carote
450 g di maionese
700 g di barbabietole
6 uova
Erbe per decorazione (prezzemolo, cipollotto, aneto)

Le aringhe marinate si trovano facilmente nei negozi di cibi russi. Un tempo erano conservate in barili di legno, oggi si vendono in bidoni di plastica. È consigliabile usare queste, e non altri prodotti a base di aringhe, con cui può cambiare molto il sapore del piatto. Una possibile alternativa sono le aringhe secche salate, ma queste sono molto laboriose da sfilettare e da liberare dalle lische, e poi vanno tenute nel latte fino a una notte intera per ridurre il salato.

Le barbabietole in Italia si trovano più facilmente già cotte, e possono essere un risparmio di tempo (fino a 2 ore di bollitura), anche se i russi preferiranno sempre comprarle crude e bollirle a casa.

Alcuni preparano piatti molto simili alla shuba usando altri tipi di pesce secco o marinato (per esempio il salmone), ma ovviamente queste varianti non possono più essere dette “aringa” in pelliccia, e il loro sapore risulta piuttosto differente.

Preparazione

Le uova vanno bollite finché saranno ben sode (soprattutto se si usano come decorazione, è ideale che il tuorlo sia friabile e di un bel colore giallo), e grattate con una grattugia a buchi medi o larghi. È bene lasciare poi le uova grattate in un contenitore separato, come per ogni altro ingrediente, in attesa della preparazione degli strati finali.

Bisogna bollire anche patate, carote e barbabietole (se queste ultime non si comprano già cotte), finché non saranno facilmente attraversabili da una forchetta. È possibile bollirle tutte insieme (tenendo conto che hanno bisogno di tempi di cottura diversi, dai 20 minuti per le carote alle 2 ore per le barbabietole), ma in cottura le barbabietole rilasciano colore, per cui è meglio bollire le patate con la buccia, e pelare patate e carote una volta bollite. L’acqua di questa bollitura è di solito salata, ma è bene non eccedere: ricordate che la maggior parte del salato nella shuba si trova già nell’aringa, e che patate, carote e barbabietole hanno piuttosto il compito di assorbire ed equilibrare quel sale. Una volta asciugate e pelate, grattate separatamente patate, carote e barbabietole con una grattugia a buchi larghi (per le patate funziona anche lo schiacciapatate, ma la grattugia larga va bene per tutto), e lasciatele in contenitori separati.


Le cipolle invece non vanno bollite, ma tagliate a rondelle sottili. Un modo per ridurre il pungente delle cipolle è di versare sopra acqua bollente una volta affettate, e lasciare a bagno per 10 minuti, poi le cipolle si possono risciacquare in acqua fredda. A preferenza, si può dare alle cipolle un tocco di agrodolce con l’aggiunta di un poco di aceto con zucchero e sale, in cui far marinare le cipolle per 15 minuti. 

Le aringhe vanno asciugate e tagliate a listarelle, oppure a dadini (le dimensioni devono essere superiori a quelle delle verdure grattate). A questo punto, se non si desidera mantenere cipolle e aringhe in due strati separati, si possono mescolare cipolle e aringhe e metterle in un contenitore.

Ricordate di drenare bene eventuali residui liquidi che rimangono nei contenitori (soprattutto la marinatura delle aringhe e delle cipolle. Se resta del residuo liquido delle barbabietole, tenetelo da parte per mescolarlo alla maionese dello strato più alto.

Con tutti gli ingredienti pronti in contenitori separati, è ora il momento di “costruire” la shuba. Si può procedere in due modi: o creare una piccola calotta su un piatto largo, oppure riempire una pirofila trasparente da forno (che vi permette di vedere gli strati). Se si desidera un effetto più regolare, si può riempire un coppapasta metallico (circolare o quadrato) dai bordi alti almeno 5-7 cm, posato su un piatto largo. Con quest’ultima soluzione, è possibile creare porzioni individuali usando dei coppapasta meno larghi sui piatti singoli. Al termine della costruzione, i coppapasta vanno sfilati con cautela (operazione più facile se vi sarete ricordati di ungerli all’interno).

Gli strati, dal basso in alto, iniziano di solito con le patate (più raramente con le cipolle, ma le patate alla base offrono più stabilità alla shuba), poi le aringhe, poi le cipolle (oppure aringhe e cipolle precedentemente mescolate, in un singolo strato), quindi carote, uova e barbabietole. La maionese avrà un effetto di “collante”, e potrà essere spalmata in singoli stati sottili tra l’uno e l’altro strato. È anche possibile mescolarla in piccole dosi con carote, uova e barbabietole, con o senza gli strati intermedi. Lo strato superiore di barbabietole, che “chiude” la shuba dandole l’effetto di cappotto di pelliccia, può essere a sua volta ricoperta di uno strato leggero di maionese mescolata con parte delle barbabietole o con il loro liquido, che farà assumere alla maionese un caratteristico colore viola.

Non scordate questo velo superiore di maionese, soprattutto se volete decorare la sommità della shuba con erbe e uovo tritato, che aderiranno alla maionese.

Sopra allo strato superiore, è possibile spolverare un poco delle uova grattugiate in precedenza (facendo attenzione che questa “nevicata” di uovo non copra completamente il viola delle barbabietole, che offre l’impatto visivo più bello). In alternativa, potete guarnire con un poco di erbe fresche (le più usate dai russi sono prezzemolo, aneto e rondelle verdi di cipollotto).

Volendo, potete provare guarnizioni di fantasia, come questa, con un po’ di piselli, olive e mais: 


Se fate gli strati della shuba senza l’ausilio di un coppapasta, e volete che la calotta della shuba abbia maggiore consistenza, un piccolo trucco consiste nello sciogliere un poco di gelatina in acqua e aggiungerla alla maionese per farle mantenere la forma.


A questo punto, la shuba è tecnicamente pronta, ma rimane ancora un passaggio importante: un’attesa in frigorifero per un periodo minimo di 2 ore, fino a una notte intera. Questa fase è indispensabile perché i gusti degli ingredienti inizino a legarsi tra loro.


La shuba così terminata sarà un ottimo piatto invernale altamente calorico, ideale per festeggiare assieme i giorni del Natale.


С Рождеством Христовым и с Новым годом!
Buon Natale e buon anno nuovo!


lunedì 1 gennaio 2018

La Cena della Vigilia di Natale nella Tradizione russa

Grazie al sito Living Orthodox Traditions scopriamo un antico modo di consumare l'ultimo pasto digiunale prima del 7 gennaio, il giorno del Natale.

La famiglia, secondo la tradizione, tornando dai Vespri canta gli inni di Natale o i canti natalizi fino a che non arriva a casa. Sebbene sia l'ultimo giorno di digiuno, la Cena della Vigilia diventa quasi una festa.

La tavola viene apparecchiata con una tovaglia di lino, simbolo delle fasce in cui fu avvolto Gesù Cristo: sotto la tavola si trovano del fieno e dei chicchi di grano, a simboleggiare la mangiatoia (il fieno) e l'abbondanza dei doni divini (il grano). 

I piatti presentati sul tavolo devono contenere, tradizionalmente, dodici ingredienti o cibi specifici (in memoria dei dodici apostoli), e sono orzo, miele, prugne, sale, pane, crauti, piroshki, patate, fagioli, aglio, funghi e vino. La varietà di ingredienti, dolci e salati, simboleggia l'esistenza, fatta di momenti belli e brutti. 

Il pasto inizia con l'accensione di una candela, posta al centro del tavolo (le candele possono essere più di una se la tavola è grande), di solito dalle mani di un bambino. Si canta il tropario di Natale o un inno natalizio, dopodiché il padre di famiglia benedice la mensa con la preghiera del pasto. 

La cerimonia è particolare: il padre di famiglia prende col cucchiaio la kytia, il tradizionale dolce d'avvento russo, e lo offre ai presenti, dicendo: amiamoci gli uni gli altri come le api amano il miele. Dopodiché il padre di famiglia mesce il vino in un bicchiere, e tutti ne prendono un sorso dicendo: riuniscici, o Dio, in fede e amore. Dopodiché, il padre di famiglia spezza il pane e tutti lo mangiano dicendo: Ci liberi Iddio da ogni male. Alla fine, uno dei familiari morde l'aglio. Compiuto questo piccolo rituale domestico, si può mangiare il resto delle pietanze. 

E' costume che in questa sera non si mangi usando coltelli né spargendo il pepe sui cibi: il coltello indica il tradimento e il pepe i litigi. 



PIATTI TIPICAMENTE SERVITI PER LA CENA DI NATALE RUSSA

Antipasti: Kytia, caviale, piroshki (ripieni di funghi e patate), Golubtzi

Zuppe: di orzo, di funghi, o il borsh

Piatti di pesce: solitamente si offre la trota, il salmone o il luccio. Se si è ricchi, si portano in tavola aragoste. 

Verdure: patate all'aneto, frittelle di patate, barbabietole al forno, insalata di patate, involtini di cavolo e lenticchie. I russi amano anche i sottaceti. 

Dessert. Frutta, oppure Vareniki di semi di papavero. I russi servono anche il budino di noci o lo strudel di mele. 

Sia il vino che la kvas (birra), nonché vari kompot, sono serviti a tavola senza lesinare. 

Il pasto è accompagnato solitamente da canti di Natale e in genere l'atmosfera è allegra: ci prepariamo a festeggiare la Nascita del Salvatore. 

С Рождеством Христовым! Buon Natale!

lunedì 18 dicembre 2017

Uno scaffale delle spezie che si rispetti

Il padre Ambrogio di Torino ci ha deliziato con il suo scaffale delle spezie, una miniera per conoscere tanti aromi dai più usati ai meno comuni

A richiesta del gestore del blog, vi presento il mio scaffale delle spezie, con circa un centinaio di barattoli di erbe, spezie, semi, polveri e misture aromatiche. Prego, curiosate pure:


Potrete trovare erbe e spezie nostrane, ma anche specialità provenienti da Marocco, Egitto, Etiopia, Moldova, Russia, Georgia, India, Thailandia, Vietnam, Indonesia, Cina, Giappone, Giamaica, Messico, Perù e sicuramente da altri paesi.

Il nostro parrocchiano Andrey, osservando lo scaffale, un giorno ha fatto un’osservazione piuttosto acuta: “con questi condimenti, padre Ambrogio potrebbe limitarsi a mangiare riso tutti i giorni, e ogni giorno sarebbe una nuova esperienza di sapori!

Za'atar: un'erba, un condimento

Del padre Ambrogio di Torino

Uno dei più straordinari mix di spezie del Medio Oriente (diffuso soprattutto in Siria, Libano, Giordania e Palestina) condivide il nome di un’erba aromatica, tanto che a volte è difficile capire se si stia parlando dell’erba oppure del condimento. Si tratta dello za’atar (una parola araba trascritta anche come zaatar, zatar oppure zahtar, di solito con l’accento sulla prima sillaba).

L’erba ha il nome botanico di Origanum syriacum oppure Majorana syriaca, è già il nome duplice fa capire che l’aroma della pianta è piuttosto particolare, e si situa in un’area intermedia tra quelli dell’origano, della maggiorana e del timo. In ebraico è chiamato esob, o issopo, e curiosamente è proprio quell’issopo di cui parla la Bibbia come strumento di purificazione (per esempio, nel Salmo 50)

Il mix si prepara secondo vari dosaggi a seconda delle varianti locali in Medio Oriente, ma il più tipico prevede, assieme all’erba, semi di sesamo tostati, sommacco (o sumac, composto dai frutti secchi della Rhus coriaria) e sale. L’erba porta le note aromatiche dei suoi oli essenziali come il timolo, i semi di sesamo aggiungono la loro oleosità dall’aroma di noce, e il sumac introduce un fondo aromatico di limone privo di acidità.



Ricetta

Un modo molto semplice per preparare lo za’atar a casa è di mantenere queste proporzioni:

2 cucchiai di erba di za’atar;

2 cucchiai di semi di sesamo tostati;

2 cucchiaini di sumac;

mezzo cucchiaino di sale.

A seconda degli usi, gli ingredienti possono essere lasciati interi oppure tritati o pestati.

La migliore qualità di erba di za’atar è quella che contiene solo fogliette secche. Le qualità inferiori contengono anche gambi e rametti, che possono lasciare residui duri

anche pestando l’erba in un mortaio. È sconsigliabile usare altre erbe al posto dello za’atar per il mix, ma chi non riuscisse a trovare l’erba giusta può ripiegare su un misto di timo, origano e maggiorana. Il sumac è forse la spezia più infernalmente difficile da trovare in Italia (nonostante, a nostra vergogna, la Sicilia sia piena di piante di sommacco, specialmente nelle province di Palermo e Trapani). Chi non abbia tempo e voglia di fare grandi fatiche per procurarsene, può avere un magro sostituto ripiegando sulla scorza di limone grattugiata e seccata.

Una volta mischiato e/o tritato, lo za’atar si conserva come la maggior parte delle spezie, per due anni o più.

Uso

Il modo più immediato di consumare questo mix di spezie è come intingolo: si bagnano pezzi di pane in olio d’oliva extravergine, e quindi si intingono i pezzi di pane nello za’atar. Ovviamente, è anche possibile preparare pani spalmati d’olio con la superficie ricoperta di za’atar. Sono ideali a questo fine i pani arabi, la pita, il naan indiano, il puri georgiano e tutti i pani larghi, piatti e morbidi. Ecco un esempio di focacce arabe (manakish) allo za’atar:

Nello scenario italiano, possiamo provare questo mix su pani da bruschette, piadine, focacce e pizze: i risultati saranno interessanti e appetitosi!


I pani non esauriscono comunque l’orizzonte culinario di questa spezia altamente versatile: lo za’atar può essere aggiunto a zuppe come il gazpacho, a paste come la crema di humus, a insalate, a yogurt o latte battuto, a polpette, alle patate arrosto e a tutta una serie di prodotti da forno. Per esplorare una serie di ricette basate sullo za’atar, c’è un intero sito dedicato a questa spezia: www.eatzaatar.com

“Mi aspergerai con issopo, e sarò purificato...” (Salmo 50)